La ripresa dalle vacanze post mortem sullo standby dei progetti

Negli ultimi giorni ho speso una quantità di tempo decisamente non accettabile (8,5 ore nette), per riprendere la realizzazione delle tavole di un laboratorio di progettazione stradale. Progetto che avevo messo in pausa tra 29 e il 30 di Luglio, quindi meno di 15 giorni fa. Stupidamente, avevo:

1. Interrotto il lavoro durante un’attività delicata di rilievo di quote ed approssimazione di un set di dati 2. Lasciato il foglio di lavoro CAD in disordine con elementi meno recenti che hanno determinato una fisiologica confusione durante la ripresa

Così oggi dopo essere riuscito finalmente a capire “dove ero rimasto”, ho deciso di realizzare un piccolo post-mortem.

Riflessioni sui flussi di lavoro

Riflessioni sui flussi di lavoro

Quando si studia una materia il processo è, generalmente, lineare. Vi sono una serie di capitoli, argomenti, da studiare in sequenza che caratterizzano il programma d’esame, ma non ci sono grosse problematiche se si interrompe il lavoro. Si tratta di ripassare il lavoro precedentemente interrotto, ma personalmente non mai avuto altre complicazioni. Quando si lavora su progetti più complessi* possono essere richieste differenti attività in parallelo da realizzarsi (A1 –A2) necessarie per procedere con l’attività successiva (A3) Se il lavoro deve essere interrotto è ideale fermarsi prima di iniziare una nuova attività, non nel mezzo di una in corso come ho fatto io. Purtroppo non è sempre così e possono determinarsi delle interruzioni obbligate di qualsiasi natura** che impongono di bloccare un progetto nel cuore di una attività chiave (si potrebbe obiettare giustamente, che se fosse una attività chiave non dovrebbe esserci nessun tipo di interruzione, ma non sempre è così). Sono stato a riflettere su come evitare nel futuro che interruzioni impreviste o mal gestite possano ricreare una situazione scomoda come quella precedentemente vissuta. Sono uscite fuori due, banalissime, soluzioni o semplicemente buone abitudini, che nella loro semplicità non sempre vengono sfruttate.

• Lasciare l’ultima versione del disegno pulita. Non importa se ci lavorerete solo voi, il passare di un arco di tempo importante potrebbe determinare dei problemi durante il riavvio dell’attività • Realizzare un documento di riepilogo-memoria contenente in poche righe:

1. Cosa è stato realizzato nelle ultime due  sessioni di lavoro

2. Attività da realizzare nel breve termine

3. Quali difficoltà sono accorse per cui non si è riusciti a terminare il lavoro

*  nota, un grado maggiore di complessità non significa necessariamente un grado di difficoltà maggiore rispetto ad un processo lineare meno complesso (mentre io cercavo di riprendere il punto finale del disegno uno dei miei amici più stretti studiava accanto a me le equazioni della teoria della relatività, arabo puro) ** o essere semplicemente stupidi come nel mio caso

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Produttività, metodi discutibili che con me funzionano

Una volta da qualche parte avevo letto questa storia molto interessante:

C’erano due boscaioli canadesi, con le classiche camicie a quadri che volevano sfidarsi in una gara a chi tagliava più alberi. Il primo boscaiolo sembrava avere energie infinite, abbattuto un albero passava al successivo e nemmeno si girava per guardare il suo sfidante, si limitava a sentirlo.

Inoltre il primo era convinto di vincere perché ogni mezz’ora sentiva il suo amico smettere di tagliare alberi per riposarsi.

Dopo tre ore la gara era finita ed incredulo il primo era riuscito a tagliare cinque alberi in meno del secondo, nonostante il secondo si riposasse ogni tanto.

Incuriosito il primo boscaiolo chiese al secondo: “Ma come diamine è possibile che tu abbia tagliato più alberi di me nonostante ti fermassi ogni mezz’ora?”

E rispose il secondo “Perché mi fermavo per pulire ed affilare la lama della mia sega”.

Tra ieri ed oggi, con l’inizio del nuovo semestre e della preparazione al lavoro estivo sono andato a stampare dei fogli da University Lab per tenere traccia del lavoro/studio con cadenza settimanale e giornaliera.

Si basano sulla tecnica del pomodoro ed altre letture. Personalmente mi aiutano a capire cosa si sta facendo e in quanto tempo, inoltre ci sono delle sezioni per nutrire (un mio caro amico direbbe mentire) la mente ed evitare eccessi di studio/lavoro.

Settimanale Giornaliero

A differenza di una agenda l’inserimento della data è manuale, così che possa diventare la routine di inizio giornata per poi proseguire senza distrazioni e con la consapevolezza di cosa si sta facendo e perché.

Tre sono gli aspetti fondamentali:

  • Ciò che vuoi fare ed il tempo che pensi di dedicarci
  • Il tempo che effettivamente dedichi e i risultati che riesci realmente a ottenere
  • L’errore tra la stima fatta e il risultato ottenuto

Può sembrare strano, o esagerato, scrivere di sentire delle persone, ma così facendo si riesce a restare in contatto con molti più amici oltre ai tre-quattro che sentiamo abitualmente.

Spero possa essere di aiuto, sia per gestire meglio differenti impegni e “fronti di lavoro”, sia  per non dimenticarci di chi c’è intorno a noi :)

 

 

 

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Is Italy the next EU Tech Hub? NO, sorry, maybe Eu Tech Burp

 

E’ da un po’ che non mi faccio vivo a causa un periodo di esami intenso (che poteva anche andare meglio #mapazienza).

Durante il periodo esami mi ha incuriosito molto una mail  di CB Insights in cui domandavano “Is Italy the next EU Tech Hub? Deals Grow 208%” (scusate lo spoiler ma la risposta è NO!)

italy

Porcamiseria! E’ tantissimo e io non me ne sono accorto!

Così mi sono iscritto alla versione di prova di CB Insights e ho fatto le pulci, sommariamente, per capire effettivamente dove era la fregatura e quale fosse la reale situazione.

Tre punti:

  • L’arco di riferimento è troppo breve un anno può essere caratterizzato da una anomalia, quello che andrebbe verificato è un periodo di riferimento maggiore, se si vuole trovare una risposta seria
  • Tech dovrebbe essere una tipologia di investimenti, almeno da quello che ho capito dal sito CB Insights (che distinguono in altre categorie come Mobile, CleanTeach, IOT), “dovrebbe” perché non ho letto e trovato velocemente una nota metodologica dell’indagine
  • Non fa riferimento agli investimenti fatti da Business Angels,o almeno non si capisce, puntualizzo questa cosa perché andando a selezionare i dati è possibile analizzarli basandosi su cinque categorie (VC, Corportate VC, Private Equity, Angel, Other)

Così ho voluto studiare velocemente lo scenario europeo dal 2011 al 2014 considerando 2 indicatori (Valore dell’Investimento, Numero degli investimenti) e 8 nazioni. Non contento ho buttato uno sguardo anche alle exit degli ultimi 5 anni, concentrandomi sulle acquisizioni e lasciando perdere le IPO, conclusione? Prima uno sguardo ai grafici.

(cliccandoci si possono ingrandire)

Num InvestimentiValore Investimenti

Exit

L’Italia ha ancora da pedalare e guardando ai nostri cugini tutto si può dire tranne che nel Belpaese sia scoppiata la moda delle startup.

 

ps Sono abbastanza convinto della bontà dei dati e con i tempi disponibilili ho anche effettuato una revisione là dove vi erano valori anomali (vedi l’andamento della Svizzera, nel dettaglio il 2012)

Ho escluso dall’analisi i Fondi di Private Equity e gli investimenti classificati per “Other”.

Non ho analizzato le Exit per Spagna e Svezia perchè era terminato il Trial :)

Fonte dati: Database CB Insights

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NON fate InnovAction Lab, troverete ottime motivazioni in questo articolo

Avete Ottimi motivi per NON fare InnovAction Lab

 

Da anni non faccio che parlare bene di InnovAction Lab, di quanto sia fico qui di come ti cambi la vita ecc, per quest’anno basta.

 

Quest’anno voglio dirvi di NON farlo ed avete tutte le ragioni di questo mondo, io ne individuerò solo 10:

 

  1. Non avete tempo, dovete pensare agli esami, la ragazza/o la partita di calcetto, la serata in discoteca, già la vita è amara non capisco perchè dovete complicarvela con un percorso impegnativo come InnovAction Lab
  2. E’ gratis e come tutte le cose gratuite non funziona ed è mediocre
  3. Se sbagli ti insultano, perchè mai dovresti farti insultare da qualcuno?
  4. E’ un corso pieno di inglesismi che servono solo a darsi un tono
  5. Le startup oltre ad essere la moda del momento sono fuffa, il corso è per fondare una startup quindi ti insegnano la fuffa
  6. Non credo di avere le capacità/essere all’altezza per il corso
  7. Non voglio fare l’imprenditore da grande quindi non mi serve
  8. E’ l’ennesimo corso di formazione, ma tanto si sa che in Italia senza raccomandazioni ed agganci non si va da nessuna parte
  9. Ti obbligano a prendere soldi da Enlabs (questa mi è stata suggerita da un alumno ieri a cena)

 

Ovviamente queste sono tutte un mucchio di sciocchezze (sono infatti 9 motivazioni e non 10).

 

Le persone sveglie, con un minimo di capacità analitiche approfondirebbero ogni affermazione precedentemente descritta.

 

Se hai qualche dubbio se fare o meno InnovAction Lab, o vuoi approfondire di cosa si tratta, contatta un alumnus di InnovAction Lab, guarda i vecchi video di presentazione di Augusto o partecipa all’Hang out di oggi.

 

 

 

La Famiglia degli alumni deve crescere arricchendosi di persone in gamba che si possano aiutare in caso di necessità, questo spiega la ragione di tanto proselitismo.

 

Non entro nel dettaglio sull’importanza della Famiglia degli Alumni, se siete svegli lo capite se non lo capite NON dovete assolutamente fare InnovAction Lab.

 

Più rapidi meno bradipi

le iscrizioni per Roma e Milano chiudono a breve.

 

InnovActionLab

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Considerazioni sugli hedge fund, non mie, ma condivise

One trader’s gain is simply another trader’s loss

C’è stato un articolo che mi ha colpito molto nel numero di ottobre della HBR scritto da Roger Martin, il coautore di “Playing To Win” con Lafley (CEO P&G), il ritardo nel raccontarvelo è semplicemente dovuto ai tempi che mi sono serviti per metabolizzarlo.

L’articolo descrive come dagli anni 30 ad oggi il mercato del lavoro americano sia sensibilmente cambiato premiando e basandosi sui talenti e di come purtroppo questo sistema oggi si sia corrotto.

Premessa: per “aziende basate sui talenti” si intendono industrie dove il vantaggio competitivo è nel prodotto, nella R&D, i cui asset non siano lo sfruttamento di risorse naturali.

Snocciolando un po’ di numeri nel 1963 in America le prime 50 aziende per capitalizzazione includevano società come IBM (quarto posto), Kodak, P&G, ma queste erano ancora poche.

Nel 2013 più della metà delle 50 aziende con la maggiore capitalizzazione erano “talent-based” e tra le quattro (Apple Microsoft Google e ExxonMobil) più grandi 3 erano talent based .

Questa sfida dei talenti ha richiesto alle aziende la capacità di saper motivare, stimolare ed attrarre i talenti presenti e futuri. Il sistema più utilizzato, soprattutto per i vertici, è stato un sistema di stock option.

La “sfida dei talenti” ed i nuovi sistemi di retribuzione, chiamiamola volgarmente “liquida+equity”, hanno portato ad un aumento delle paghe degli amministratori delegati (CEO).

Guardando il mercato del lavoro americano le retribuzioni sono in una prima fase raddoppiate (anni 70-90) fino a quadruplicarsi durante i 90 e continuare a crescere nel tempo.

 

Dopo questa analisi l’autore sposta il focus analizzando il sistema alla base della retribuzione degli Hedge Fund (fondi speculativi),un sistema dalle origini antiche riabilitato per i tempi moderni:

  • il sistema 2&20 che ha origini fenice

Prima di leggere l’articolo i Fenici per me erano quelli della porpora, della scrittura fonetica, quelli del “no guardi professoressa oggi a storia non sono preparato”.

In realtà c’è di più ed io lo ignoravo.

Nell’antichità il trasporto delle merci via nave era molto pericoloso, così se i mercanti/trasportatori fenici riuscivano a portare le merci a destinazione entravano in possesso del 20% del carico come premio.

Questo sistema è stato poi utilizzato dagli hedge fund manager per strutturare le loro retribuzioni.

Come funziona un fondo di hedge fund?

E’ un fondo di investimento, gestiscono soldi altrui investendoli ed in cambio garantiscono dei ritorni sul capitale investito. Oltre alla fee (commissione) per la gestione dei risparmi gli hedge fund manager guadagnano il 20% dei profitti scaturiti dalla gestione (es. io do 100 all’investitore, lui investendo opportunamente riesce a far crescere il valore del capitale portandolo ad un ammontare di 140 lui si prende 2+8 cioè 10 ed a me tornano 130), questa percentuale bonus prende il nome di “Carried Interest”

Per rendere l’idea i 25 hedge fund manager del 2010 sono riusciti a realizzare 4 volte i profitti di tutti i CEO di Fortune 500, (potete approfondire in questo articolo di Steven Kaplan, dell’Università di Chicago, e di Joshua Rauh di Stanford)

Come sono riusciti a fare tutti questi soldi?

Attraverso il trading

L’articolo evidenzia subito il “lato oscuro” del trading: al trader non interessa se l’azienda di cui possiede le azioni vada bene o male, il suo interesse è nella volatilità delle azioni.

Più la volatilità della quotazione di una azienda è alta, più è alto il guadagno potenziale per il trader

Non importa che si crei valore di lungo termine.

Un’affermazione forte che fa l’autore è relativa al valore delle azioni, questo è rappresentativo delle aspettative del mercato nei confronti dell’azienda non dell’effettivo stato attuale di questa.

La conseguenza del comporamento degli hedge fund manager è l’aumento della volatilità dell’economia e l’arricchimento di una piccola quota di persone, non si verifica una distribuzione di valore dal loro operato.

Quantitativamente ha portato gli hedge fund manager ad essere “la seconda tipologia” di persone più ricche (31) nella lista di Forbes 400 seguiti secondi solo dagli imprenditori Hardware e Software (39)

Come evitare che questo sistema degeneri?

Vengono evidenziati due attori che possono avere un ruolo decisivo:

I fondi pensione e lo stato

Infatti i fondi pensione insieme ai fondi sovrani sono i più grandi prestatori di azioni ed investono globalmente 11,5 Trilioni di dollari, all’interno di questo sistema gli hedge found sono i maggiori debitori (ho avuto serie difficoltà nella traduzione di borrowers perdonatemi). Inoltre, sono i fondi pensione ed i fondi sovrani a favorire retribuzioni “stock-based”

Lo stato deve intervenire per regolamentare quelle che sono le relazioni tra gli hedge fund ed i fondi pensione:

-I “carrided interest” non devono avere una tassazione agevolata ma devono essere tassati al pari delle entrate normali dei lavoratori

-Si devono tassare gli scambi di azioni, il governo dovrebbe introdurre un sistema come la Tobin tax sulle transazioni finanziarie per disincentivare scambi con elevata frequenza (in alcune banche italiane i dipendenti che possiedono azioni non possono venderle nelle prime 24 ore dall’acquisto)

-E’ necessario rivalutare l’intero sistema di tassazione, a differenza del nostro sistema, la tassazione americana si caratterizza per una pressione fiscale bassa sulle entrate personali ed alta sulle entrate delle aziende.

 

Cosa ne penso io personalmente?

L’articolo mi ha fatto riflettere molto sulle disparità che esistono in America, se da un lato il loro modello pensionistico/fiscale è giustamente criticato dall’autore il nostro, per ragioni diametralmente opposte, non è da meno.

In Italia abbiamo una tassazione sulle rendite finanziarie che è passata dal 20%(introdotta da Berlusconi nel 2011) al 26% nel 2012, quindi non c’è questo squilibrio sui “Carried Interest”, che invece c’è in America.

In Italia invece c’è un cuneo fiscale del 47,8% contro una media Ocse del 35,9% a fronte di servizi pubblici inefficienti, ma questa è una mia personalissima considerazione.

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Perchè fare una buona presentazione e come

Mi trovo in viaggio verso Roma sulla Napoli-Roma, per gli amanti del settore dei trasporti la  famosa “Direttissima Roma-Napoli via Formia”,  ed avendo mangiato a pranzo una porzione risicata di pane e volpe ho dimenticato gli occhiali da vista a Formia.

Come dicono a Roma “A genio!”

Per evitare di perdere ulteriori decimi di vista avevo provato a non fare nulla, ma essendo un iperattivo non ci sono riuscito e ho iniziato a scrivere questo nuovo post.

In settimana sono successi due eventi che mi hanno ispirato.

Il primo è stato quando una mia amica che mi ha chiesto dei consigli per le slide della sua discussione della tesi di laurea.

Il secondo una conferenza stampa dove l’oratore non era riuscito ad essere sufficientemente coerente ed incisivo con dei punti che voleva trattare e che aveva precedentemente condiviso con me.

Con questo post, dopo la lettura del libro Presentation Zen e dalla mia piccola esperienza come speaker per Wheelab, vi voglio illustrare sia Perché è importante fare una buona presentazione sia quali sono i punti importanti affinché questo riesca.

Iniziamo dal perchè

Quando un individuo  effettua una presentazione, di qualunque natura essa sia, ha la possibilità di comunicare ad una pluralità di persone il suo lavoro/pensiero.
E’ un momento in cui si ha quindi l’opportunità di dare un contributo positivo a queste persone, di lasciare un segno nelle loro menti.

Ricordate sempre che il tempo è una risorsa preziosa, forse l’elemento più prezioso della nostra esistenza,  se delle persone sono presenti ad ascoltarci per una pluralità di motivi bisogna  fare in modo che il nostro messaggio resti impresso per evitare che questo tempo sia stato l’ennesimo momento inutile.

Ovviamente io parto dal presupposto, probabilmente ideale e positivista, che l’uomo ricerchi sempre un miglioramento della società.

La realizzazione di una presentazione è la vostra possibilità per dare un piccolo contributo alla società e se questo contributo vi sembra infinitesimale come incremento ricordatevi del buon Totò:

“e’ la somma che fa il totale”

Come fare una buona presentazione

Esistono due tipi di presentazioni, le presentazioni fatte bene e le XYZ (termine negativo di vostra libera scelta).

In ambito universitario troverete nel 90% dei casi la seconda tipologia.

Senza entrare troppo nel dettaglio, per quello vi consiglio il libro Presentation Zen,  per fare una buona presentazione servono piccole regole:

Fase 1

Capite quanto tempo avete a disposizione, sulla base di questo realizzate un primo canovaccio di cosa dire ed in che ordine.

E’ fondamentale che voi costruiate la storia, la base di una narrazione quindi non permettetevi assolutamente di iniziare a realizzare le slide, quelle sono la parte finale del vostro lavoro.
Iniziare dalle slide significa avere la pretesa di costruire una abitazione partendo da calcestruzzo e mattoni senza realizzare il dovuto progetto.

Fase 2

Una volta che avete scritto su carta quello che dovrete dire iniziate una bozza delle slide SU CARTA, manina più matitina ed realizzate delle bozze.
Le slide dovranno essere di supporto a quello che direte non dovranno essere un’alternativa.
Questo vuol dire che non deve essere presente più di una frase per slide, diversamente annoierete la platea o rischierete di rompere la comunicazione tra voi e i presenti perchè coinvolti nella lettura del testo che avrete riportato.

Questa regola si applica anche per le presentazioni tecniche.

Fase 3

Provate Provate Provate.

Dopo aver realizzato la bozza e successivamente realizzato la versione definitiva provatela.

Prima di fare una presentazione al TED gli speaker si allenano anche per mesi.

Provate il proiettore, provate il discorso, una volta sul palco se non sarete padroni degli argomenti rischiate di venire sopraffatti dall’emozione, potreste dimenticare alcuni punti  o peggio ancora leggere quello che avete scritto sulle slide o improvvisare parti non necessarie!

NON LEGGETE LE SLIDE
Spiegatemi che senso ha per una platea ascoltarvi se può leggere quello che dite dalle slide?

Diverso è spiegare ed illustrare dei grafici, ma anche in questo caso siete voi il centro dell’attenzione.

Quanto provare? Fino a quando non saprete cambiare le slide senza vederle e sarete spontanei nell’esposizione senza incertezze.

Volete sapere di più? Leggete questo blog http://www.presentationzen.com/ ed il relativo libro

Vedetevi i video del Ted come questo

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La Virgin, Netflix, le ferie illimitate e quello che (forse) vi state dimenticando

L’assunto cardine di questo post è il più grande insegnamento che mi diedero all’elementari:

“non si possono sommare le pere con le mele”

Un paio di settimane fa avevo letto l’articolo sull’intenzione di Richard Branson fondatore della Virgin (ma non amministratore delegato) di non definire per i suoi dipendenti una durata delle ferie e l’orario di lavoro.

La forte condivisione che aveva avuto sui social e le considerazioni fatte da molti amici mi avevano incuriosito.

Nello stesso periodo mentre ero a Formia stavo cercando qualcosa nella mia camera, se non ricordo male il libro di statistica, nella ricerca mi è capitato sotto mano il numero di HBR di GennaioFebbraio 2014 in cui si parlava di questo modello di lavoro intrapreso nel da Netflix, PIU’ DI 10 ANNI FA.


Parentesi, Neflix è un’azienda che offre video in streaming, il noleggio di DVD  e BlueRay dal  fatturato di 4,3 miliardi di dollari ed è stata fondata nel 1997,  le azioni a distanza di un anno sono passate da un valore di circa 300 $ a 450$ e soprattutto  ha superato le crisi del 2000 e del 2008.


Prima di garantire un periodo di ferie indeterminato l’azienda  inizialmente aveva definito per i suoi dipendenti le seguenti condizioni annuali:

  1. 10 giorni di vacanza
  2. QUALCHE giorno di malattia

Successivamente dopo la quotazione in borsa, per una parte dei dipendenti  l’azienda aveva deciso che se le persone avessero voluto avrebbero potuto lavorare da casa o prendersi i giorni di ferie che ritenevano più giusti.

Questa politica non veniva però applicata per  gli addetti ai call center  o ai magazzini ai quali non venivano applicate le nuove regole.

Alla base di questa scelta ci sono tre punti fondamentali:

  1. I dipendenti di Netflix sono tutti giocatori di serie A, persone estremamente brave e competenti
  2. Feedback continui, nello specifico non ci sono analisi annuali delle performance, ma i dirigenti chiedono ai dipendenti quali atteggiamenti e comportamenti i loro colleghi dovrebbero esaltare, quali iniziare e quali smettere di avere, inizialmente era utilizzato un software anonimo successivamente hanno iniziato a far firmare i feedback
  3. Ciascun dipendente è un adulto maturo entusiasta del suo lavoro  che non metterebbe a rischio con la sua assenza la performance aziendale

Per avere un quadro il  più completo possibile bisogna conoscere anche la fluidità con cui una persona una volta che le sue competenze non sono più necessarie è allontanata dall’azienda,  anche se è stato un dipendente veramente bravo.

Nell’articolo di HBR  (http://hbr.org/2014/01/how-netflix-reinvented-hr/ar/1) si legge la storia del licenziamento di una dipendente di Netflix.
La ragazza, ingegnere, si occupava del controllo qualità, risolveva determinati problemi (debug) della piattaforma di streaming.
Era brava, veloce e lavorava tanto.
Quando fu introdotto un sistema che automatizzava il processo di debugging  le condizioni cambiarono, lei non gradiva il nuovo processo e non era brava nell’utilizzo del nuovo sistema.

Compagnia, tecnologia erano cambiate, le sue competenze non erano più utili per Netflix.

Così, insieme ad una buona uscita sostenuta (tale da permettere a Netflix di evitare azioni legali da parte dell’ingegnere), è stata licenziata.

Ora spostiamoci in Italia:

  1. le ferie per un lavoratore a tempo indeterminato sono di 26 gg
  2. se una persona si ammala durante le ferie queste non vengono conteggiate come godute(giustamente)
  3. i giorni di malattia coperti dall’INPS sono 180

Ovviamente si può obiettare che non è così per chi ha un contratto part time, o a progetto. Vero.

Come è anche vero che con un contratto a tempo determinato e un contratto part time il legislatore italiano ha previsto che vi sia un periodo necessario al recupero psicofisico.

La Virgin ha da poco deciso di implementare questo sistema, trovo molto prematuro poter fare qualsiasi considerazione sulla giustezza del metodo applicato visto che non si conoscono i risultati.

Per quanto riguarda Netflix, da un lato vedo un cinismo estremo  che definisce una visione usa e getta del lavoratore, dall’altro lato allontanare il dipendente con una buona uscita e la possibilità di vendere le azioni che aveva acquisito (da Netflix non c’è un periodo di vesting delle azioni) permette di tutelare gli altri lavoratori che hanno una motivazione ed un interesse per l’azienda più alto ed il lavore stesso che può trovare una nuova occupazione che lo stimoli nuovamente.

Non so se applicherei il modello Netflix-Virgin, ma la questione è un altra:

attenzione se  confrontate  due mercati del lavoro differenti come può essere quello Italiano con quello Americano su singole questioni rischiate di sommare le pere con le mele

ps le slide di Netflix sono un documento famosissimo in Silicon Valley lo trovate qui anche se non condividete il loro modo di operare dateci uno sguardo ;)

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